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Intervista a Yung Chang regista di "China Heavyweight"

A cura di Giulia Ghigi e Emma Rossi Landi

1-Cosa ti ha spinto a fare questo film?

Mi è stata proposto l’argomento dal mio produttore canadese. Era soltanto un'idea generale, "C'è qualcosa che accade in Cina che ha a che vedere con la boxe, saresti interessato a fare un film su questo?" Ci ho pensato su e sono rimasto veramente colpito da come la boxe viene considerata, che cosa si identifica in  questo sport. Il pugilato, in Occidente, riguarda  il diventare un individuo, il combattere per se stessi. Quando si pensa di Muhammad Ali e Mike Tyson, queste sono personalità uniche e travolgenti. E stavo pensando che in Cina è tutto il contrario, lì ci si allena in un collettivo, ti viene insegnato che tutti devono seguire e rispettare le regole, soprattutto nelle zone rurali, dove ti insegnano con molta attenzione a vivere secondo le vecchie tradizioni. Riflettendo su come è lo sport del pugilato e a come si potesse identificare con la società cinese mi sembrava una buona chiave per parlare del quadro generale di modernizzazione della Cina.

Mi ha anche colpito il fatto che la boxe sia stato vietata in Cina dal 1959 per essere uno sport troppo capitalista, troppo americano e troppo violento. Prendere uno sport così “al vetriolo” e  utilizzarlo come un microcosmo per esplorare Cina moderna mi sembrava decisamente molto interessante.

2-Quale è stata la sfida più grande durante la lavorazione del film?

La sfida più grande per questo tipo di cinema d'osservazione per me sta sempre nel coltivare una forte relazione con i soggetti trattati. Ci deve essere una fiducia reciproca tra tutti. Il cinema diventa una collaborazione. Ma non è mai qualcosa di semplice. Come in ogni rapporto, ci sono sempre gli alti e i bassi, ma prima di tutto credo che sia necessario essere molto chiari sulle proprie intenzioni di regista. Durante la realizzazione di China Heavyweight, il mio gruppo ed io eravamo estremamente vicini ed uniti. Il coach Qi è come un fratello per me, anche oggi. A volte mi sono trovato molto in conflitto con me stesso sul filmare momenti emotivamente molto forti ed il desiderio di mollare la telecamera e correre ad aiutarli. Ma alla fine mi sono reso conto che il tuo lavoro come regista è quello di catturare e interpretare la realtà. Questa è la tua posizione. Se siete chiari con i vostri soggetti fin dall'inizio allora questa linea non deve essere attraversata. Si tratta del particolare rapporto tra regista e soggetto. Tu sei amico e confidente, ma c'è un tacito accordo che non si può attraversare.

3-Qual è stato il momento di maggior soddisfazione?

Quando si fa un documentario come China Heavyweight dove in sostanza dedichi ed immergi te stesso nella vita degli altri, per tre anni, vivendo con i soggetti del tuo film, ascoltandoli e filmandoli continuamente, non è possibile che i soggetti rimangano solamente proprio questo. Che li odi o li ami, in  ogni caso le persone riprese diventano amici e confidenti. Essi condividono  le loro vite perché tu condividi te stesso. Mentre giravo questo film, sono cresciuto profondamente nell’ascoltare il protagonista principale, il coach Qi. Ho un enorme rispetto e stima per lui. Ho ammirato la sua tenacia e la sua passione. Ho visto in lui il riflesso dei mentori del mio passato e degli insegnanti che mi hanno influenzato.


Detto questo, il momento più illuminante nel fare questo film è stato filmare un incontro di boxe con Coach Qi, le montagne russe delle emozioni in un continuo senza tregua. E 'stato estremamente difficile staccarmi dalla manifestazione e filmarla passivamente, osservandola e basta. La boxe ha la tendenza a mettere in evidenza ciò che è più primordiale in noi… Volevo saltare sul ring, avevo voglia di urlare, ho sentito un impeto di patriottismo. Nel mio primo film, Up The Yangtze, ho usato una citazione di apertura di Confucio: "Per tre metodi possiamo imparare la saggezza: Primo, con la riflessione, che è nobile, in secondo luogo, per imitazione, che è più facile, e la terza, dall'esperienza, che è il più amaro. " L'esperienza di essere in prima fila, e sentirsi emotivamente fuori controllo, addirittura frenetico, è avvenuta perché era il culmine di tre anni nei quali io e la mia equipe vissuto accanto al coach Qi. Non era solo un altro combattimento. Non era solo un altro pugile. Il tempo impiegato per studiare la vita  Qi, entrando piano piano nel suo mondo, che culmina che culmina con la sua lotta, ha accresciuto l’intensità emotiva a un punto tale che il documentario diventa più di un documentario: diventa dramma. Ecco dove voglio portare il pubblico.

4-Cosa ami e cosa odi del fare cinema documentario?

Mi piace l'elemento imprevedibile del  fare documentari. Tu ne esci estremamente cresciuto come regista. Questi sono i momenti che rendono il film. Ma il non conosciuto può essere anche l’aspetto più frustrante. Sono anche interessato all'arte che ci vuole nel tessere insieme una storia fortemente narrativa. Il documentario non è una finzione, non è possibile controllare il risultato, e a volte, per un regista, questo può essere insopportabile. Bisogna separare il film sognato, quello che immaginate nella vostra mente, dal film completato, che è  il risultato delle diverse possibilità e il prodotto di tutti quelli che hanno collaborato, dai soggetti filmati, alla crew, al montatore.

5-Cosa pensi dei confini tra realtà e finzione nel documentario?

La mia definizione di documentario è tratto dal National Film Board of Canada. "Documentario è l'interpretazione della realtà." Così, i miei confini sono fra la ricerca del catturare questa realtà con la fantasia e l'integrità e di non essere mai didattico, né banale. Mi piace questo modo di fare film che mette in discussione l'interpretazione della realtà. Mi piace a volte mettere me stesso in discussione e riflettere sull'approccio del regista. China heavyweight ha forti elementi di narrativa e di  costruzione della narrazione. Ogni momento è veritiero e reale, eppure a volte ci si può chiedere in che modo siamo stati in grado di catturare la scena. Mi piace questo processo.

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