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INTERVISTA UFFICIALE PER IL MESE DEL DOCUMENTARIO A STEVE JAMES, REGISTA DI THE INTERRUPTERS

 1 -  Che cosa ti ha spinto a fare questo film?

Nei due anni successivi dopo aver terminato il mio documentario Hoop Dreams, due dei suoi protagonisti sono stati uccisi. In entrambi i casi, queste tragedie hanno avuto un profondo impatto sulle famiglie. Avevo in mente loro quando ho letto per la prima volta l’articolo di Alex (Kotlowitz, scrittore autore di best seller e produttore del film - ndr) sul New York Times a proposito dell’organizzazione CeaseFire. L'articolo ha colpito corde profonde dentro di me per il modo in cui ha raccontato vividamente la storia di quest’organizzazione che tenta di trovare un nuovo modo di curare quello che sembra un problema irrisolvibile in queste comunità, che non fa notizia e  che lascia la gente insensibile o rassegnata: la violenza. Così ho chiamato Alex e ho detto “potremmo aver trovato il progetto per un film da fare insieme!”.

2 - Quale è stata la sfida più grande durante la lavorazione del film?

Le due più grandi sfide erano correlate fra loro. La prima, è stata cercare e conquistare la fiducia degli Interrupters che stavamo seguendo,  cosicché  questo ci avrebbe permesso di testimoniare da vicino il loro lavoro per le strade. Non tutti gli Interrupters volevano questo peso aggiuntivo e non tutti erano in grado di avere noi nel bel mezzo dei loro interventi o di mettere le persone abbastanza a loro agio per permetterci di filmare situazioni difficili. Una volta che siamo stati in grado di conquistare la fiducia di Cobe, Ameena, e Eddie, allora la sfida è diventata diventare  sempre a disposizione da correre fuori per filmarli sul posto di lavoro in qualsiasi momento. Eravamo "a chiamata", proprio come lo erano loro.

3 - Qual è stato il momento di maggior soddisfazione?

Forse il momento più memorabile per me è stato quando abbiamo girato Cobe portare Lil 'Mikey
dal barbiere a chiedere scusa a una famiglia e ai clienti che aveva rapinato a mano armata tre anni
prima. Quella scena è un microcosmo di tutto il film. Attraverso gli occhi della madre abbiamo visto il Lil 'Mikey di una volta, in grado di terrorizzare una famiglia. E poi il Lil Mikey di oggi, deciso a tornare sui suoi passi e a chiedere sinceramente scusa per poter mandare avanti la sua vita in una direzione completamente diversa e positiva. E mesi dopo,  lo abbiamo filmato quando finalmente ha  ottenuto un lavoro con dei bambini. Un criminale di classe A aveva fatto amicizia con ognuno di quei meravigliosi bambini e si prendeva cura di loro con grande amore. Ho dovuto asciugarmi le lacrime mentre lo filmavo.

4 - Cosa ami e cosa odi del cinema documentario?

Amo così tante cose del cinema documentario… Il passaporto che mi fornisce verso mondi e comunità così differenti dalla mia; l'opportunità di conoscere  intimamente persone straordinarie; essere costantemente sorpresi dalla complessità delle persone e dal mondo che ci circonda; l’essere toccati e commossi da persone le cui vite sono spesso ad un punto di svolta importante. Quello che non mi piace del cinema documentario è: la ricerca dei fondi;  sentire a volte come i miei "ferri del mestiere" siano il catturare la miseria e la sfortuna degli altri. E quando un film è finito. Spesso infatti l'esperienza condivisa è stata fortissima sia per noi come registi e sia per i soggetti del film. Non importa quanto abbiamo intenzione di restare vicini dopo, non sarà mai la stessa esperienza intensa, intima e forte che avevamo nel girare il film insieme.

Cosa ne pensi dei confini tra fiction e documentario?

Penso che ci sia molto lavoro entusiasmante sia nella fiction che nel documentario in cui i registi prendono in prestito l'estetica di entrambe le parti. Erroll Morris è probabilmente il "padre" dell’utilizzo dei dispositivi di finzione nel documentario. I suoi primi lavori hanno fatto sentire liberi altri registi di documentari di esplorare tutti i tipi di utilizzo dei meccanismi della fiction per raccontare invece storie di non fiction. Allo stesso modo, nel regno della finzione,  molti registi hanno preso pesantemente in prestito dallo stile documentario e dalle sue tecniche di narrazione per poter dare maggiore potenza e verosimiglianza ai loro film,  sia che trattino di "storie vere" o meno. Penso che ci siano dei limiti da rispettare ma più che altro ci si deve sempre chiedere se il regista e' stato onesto nel mostrare la realtà rappresentata (una realtà piu ampia) -che si tratti di finzione o meno- restituendo il senso della storia che si va a raccontare. Certo questo dipende sempre dal metro di giudizio del pubblico e da quello del regista. "

Intervista a cura di Giulia Ghigi e Emma Rossi Landi

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