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Intervista a Luca Pastore regista di "Freakbeat"

A cura di Giulia Ghigi e Emma Rossi Landi

1-Cosa ti ha spinto a fare questo film?

Il gusto per la sperimentazione, e in questo caso la condivisione con il produttore del tentativo di provare strade nuove e di rischiare sul piano del linguaggio: è una merce rara, di questi tempi.

2-Quale è stata la sfida più grande durante la lavorazione del film?

Le sfide sono sempre moltissime quando si fa cinema in modo così 'avventuroso'  produttivamente e creativamente: forse in questo caso la più importante era il coinvolgimento dei personaggi sul piano dell'utopia, sia come argomento principale del film, sia come modalità di realizzazione. I protagonisti hanno accettato volentieri di essere decontestualizzati, rinunciando al loro ruolo di 'esperti' dell'argomento per partecipare al gioco.

3-Qual è stato il momento di maggior soddisfazione?

Quando abbiamo capito di esserne usciti vivi.

4-Cosa ami e cosa odi del fare documentario?

Amo la libertà di parlare, in qualsiasi forma e con qualsiasi linguaggio, della realtà. Odio lo stereotipo che, purtroppo, il termine 'documentario' si trascina ancora dietro, uno stereotipo che ne limita l'universalità e la diffusione come cinema toutcourt, anche a fronte di un pubblico potenziale ben più vasto di quello che solitamente si immagina.

5-Cosa ne pensi dei confini tra realtà e finzione nel documentario?

Il concetto di documentazione oggettiva della realtà attraverso un film  appartiene al passato: oramai abbiamo capito che tutto quello che scorre su uno schermo non è la realtà: nella migliore delle ipotesi è una delle possibili interpretazioni della realtà. Spesso  ci si avvicina di più al racconto del reale attraverso il surrealismo o l'invenzione che attraverso la fotografia, più o meno 'oggettiva', della realtà, specialmente in una fase in cui il mondo viene raccontato in multicam sul web minuto per minuto con i cellulari. Pur avendo un grande ripetto per la tradizione del documentario e le regole più o meno codificate che ne hanno fino ad ora delimitato i confini, sono per la rottura definitiva del muro che lo separa dal cinema, peraltro fortunatamente già pieno di crepe.

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