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INTERVISTA A GUY DAVIDI REGISTA DI “5 BROKEN CAMERAS”

A cura di Giulia Ghigi e Emma Rossi Landi

1-Cosa ti ha spinto a fare questo film?

Quando ho guardato in un filmato di Emad non ero sicuro di voler fare un altro film sullo stesso argomento della resistenza. Sapevo che Emad aveva un talento visivo naturale, ma non volevo raccontare la stessa storia di un movimento in maniera oggettiva. E inoltre non volevo fare un film che commemorava solamente la morte di Phil, perché sono cresciuto in un clima di glorificazione dei morti io non voglio  perpetuarlo. Ho avuto l'idea di convincere Emad per renderlo un film personale, ma non sapevo se il suo materiale girato lo permetteva. Poi, fra il suo materiale ho trovato delle immagini di un vecchio che non conoscevo. Stava saltando su una jeep militare per bloccarla. Ho chiesto ad Emad: chi è quel vecchio e cosa sta facendo? Emad ha spiegato che quell'uomo era suo padre e stava bloccando la jeep affinché non portassero suo fratello in prigione.

2-Quale è stata la sfida più grande durante la lavorazione del film?

Quando ho deciso di fare questo film, ho pensato dovesse essere il più intimo e personale possibile. E' stato anche politicamente molto più interessante per me essere nel ruolo di potenziamento di Emad, e di incoraggiare la sua voce a farsi sentire.

Alla fine, questo era l'unico modo per raccontare questa storia in un modo nuovo  e coinvolgente. Per Emad, questa non è stata una decisione facile. L'essere così esposto può essere sì lusinghiero, ma anche rischioso. Momenti come gli arresti domiciliari, che mostrano la sua vulnerabilità, non sono stati facili da girare per lui. Doveva anche accettare le mie interpretazioni su di lui e permettermi di costruire un personaggio dalla sua vita, che non è necessariamente la stessa persona che è nella vita reale. Alla fine, dato che questo film è incentrato sulla narrazione di Emad, il mio ruolo sarebbe dovuto essere molto più nascosto al pubblico.

Un'altra sfida per me è stato togliermi di mezzo per lasciare spazio ad Emad. Nonostante  sia stato io a creare il film da un materiale già girato, dovevo essere pronto a mettere il lavoro Emad al centro sapendo che il mio lavoro non sarebbe stato del tutto rivelato. Dovevo essere una sorta di Cyrano de Bergerac, ma penso che tutti i narratori in realtà si trovino nella stessa posizione, ovvero che sono i personaggi a devono essere posti in primo piano e non i registi.

3-Qual è stato il momento di maggior soddisfazione?

Dal momento che la maggior parte del film non è stata girata da me e il film si basa principalmente su un materiale d’archivio ... Posso dire che mi sono molto emozionato quando Emad mia ha mostrato per la prima volta le immagini del suo arresto in casa, che ha tenuto per sé per lungo tempo, a causa della sua forte esposizione in quei momenti.

 4-Cosa ami e cosa odi del fare documentario?

Mi piace raccontare storie, mi piace usare l’immaginazione e soprattutto mi piace questo dialogo con la realtà, a volte puoi vedere qualcosa che hai solamente immaginato accadere davanti ai tuoi occhi,  e a volte ti compare qualcosa di completamente sorprendente. Quello che mi piace meno nel girare è che si tratta di una forma di arte molto solitaria e individualista,  inoltre il modo in cui  l’industria è strutturata è molto concorrenziale, il che ha i suoi  vantaggi, ma alla fine rende il tuo lavoro di regista a volte troppo solitario e “Ego-driven” (letteralmente: guidato solo da stesso- ndr).

5-Cosa ne pensi dei confini tra realtà e finzione nel documentario?

Per me nel risultato non c'è molta differenza. La grande differenza sta nel processo. C'è anche una aspettativa diversa del pubblico quando un film è un documentario. Quindi, anche se eticamente non ho alcun problema a manipolare la realtà, dal momento che so che la manipolazione è costante in ogni caso, devo ancora prendere in considerazione che la maggior parte del pubblico non ha alcuna conoscenza della grande manipolazione 

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