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Intervista ufficiale a Giovanni Giommi regista di Bad Weather

A cura di Giulia Ghigi e Emma Rossi Landi 

1-Cosa ti ha spinto a fare questo film?

Recentemente stavo leggendo La Strada di Cormac McCarthy. C'è un passaggio che mi ha colpito: "La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. (...) L'ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria. Spegne la luce e scompare. Guardati intorno". Ho pensato che queste poche parole potessero riassumere l'urgenza e il motivo principale dell'essere un documentarista. Ho pensato ai personaggi del mio film Bad Weather. A Ismail , il pazzo dell'isola bordello dove il film è ambientato. Testimone e profeta della prossima e dolorosa scomparsa di questa comunità di lavoratrici sessuali e della loro immensa umanità. Penso allora che la nostra missione come filmmaker sia esattamente questa: guardarsi intorno, scegliere una storia (o da questa essere scelti) e raccontarla onestamente prima che sia cancellata e scompaia dalla memoria del mondo.

2-Quale è stata la sfida più grande durante la lavorazione del film?

L'intero progetto di Bad Weather è durato tre anni. In ogni fase produttiva ho dovuto affrontare tali e tante difficoltà da abbattere un elefante: la ricerca dei fondi, la difficoltà delle riprese in un luogo così inospitale, la costruzione del montaggio e della linea narrativa in una lingua a me sconosciuta. Credo però che fare un film sia una impresa collettiva e senza l'aiuto delle persone con cui decidi di collaborare sia impossibile giungere al traguardo. E non parlo solo delle persone che materialmente ci hanno lavorato, ma anche di tutte quelle che mi hanno lasciato entrare nelle loro vite. Una risposta veloce in un’intervista non mi permette di elencare tutte le persone coinvolte, anche perché non vorrei dimenticare nessuno: grazie a tutti di cuore. 

3-Qual è stato il momento di maggior soddisfazione?

Ero ad Amsterdam dove il film era stato invitato in concorso all'IDFA 2011, uno dei primi festival a cui partecipavo con questo film. Tutti quelli che fanno questo lavoro sanno quanto è prestigioso e difficile entrare in quella competizione internazionale. La sera delle chiamata delle nomination finali (il regolamento del festival prevede che vengano scelti tre film per disputarsi il premio finale) ero seduto tranquillo nel teatro colmo di gente e un po’ distratto stavo seguendo la cerimonia. Quando hanno iniziato a descrivere Bad Weather e poi mi hanno chiamato sul palco a ricevere l'investitura, mi sono molto emozionato. Non era tanto uno spirito di competizione che mi animava ma la soddisfazione e il coronamento di vedere riconosciuto un intero percorso di progetto che era partito da così lontano e così pieno di difficoltà. 

4-Cosa ami e cosa odi del fare documentario?

Di questo lavoro amo tutto e in particolare l'idea di potermi considerare in modo permanente un viaggiatore, un esploratore di sentimenti umani.

La cosa che detesto di più e vedere come in Italia, dove la tradizione della documentaristica ha radici importanti, sia praticamente impossibile riuscire a vivere di questa professione, dimenticata a morte dalle istituzioni culturali del nostro Paese. 

5-Cosa pensi dei confini tra realtà e finzione nel documentario?

Il principio di realtà nella documentaristica è un argomento molto dibattuto. Per quanto mi riguarda e nei miei lavori, è un principio a cui non sento di dovere riservare un obbligo di fedeltà. Davanti a un'opera pittorica, ad esempio, non ci poniamo mai la domanda se è vera oppure no. Anche nelle sue manifestazioni di iper-realismo sappiamo che un'opera pittorica è "solo" una rappresentazione della realtà. Dopo essere stati emozionati dal quadro, cerchiamo di scoprire le intenzioni poetiche che il suo autore ci ha voluto trasmettere, non giudichiamo quanto esso sia realistico.  Credo che lo stesso atteggiamento lo si debba tenere davanti a un film di realtà. La scelta di certe inquadrature in fase di ripresa e la costruzione in montaggio di una linea narrativa emozionale -che necessariamente modificano la realtà- sono parte delle libertà che si prende l'autore per esprimere la sua verità poetica. Impariamo a giudicare l'autore per questa, non per essersi allontanato da una presunta verità. In un mondo dominato dalle immagini ogni spettatore dovrebbe imparare a dare per scontato di trovarsi davanti a una rappresentazione della realtà e mai davanti alla verità. Riconoscerlo è un atto di libertà politica. In questo senso trovo anche inutile la distinzione fra cinema di realtà e di finzione. Siamo sempre e solo davanti a un film.

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